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French President Addresses National Unrest
Francesi, Francesi, miei cari compatrioti.
Avete visto ieri con sgomento sui vostri schermi le nostre città, le nostre strade,
il nostro Paese, devastati, maltrattati, messi a ferro e fuoco.
Avete visto distruzioni e saccheggi perpetrati da un'alleanza tra
dei
gruppi di teppisti politicizzati e delinquenti delle periferie.
Avete visto edifici pubblici incendiati, esercizi commerciali saccheggiati, dei
commissariati attaccati, l'abitazione di un prefetto presa di mira.
Avete visto i simboli più sacri della nostra Repubblica profanati,
dei municipi attaccati, la Marianne distrutta, l'autorità dello Stato
sfidata.
Avete visto quelle terribili immagini di edifici pubblici in preda alle fiamme, il
magnifico municipio di Limoges in fiamme e il suo campanile che
crolla.
Risvegliano nella nostra memoria nazionale e nel nostro cuore il doloroso
ricordo
dell'incendio di Notre-Dame.
Queste immagini ci fanno male, ci feriscono.
Perché dietro ogni edificio distrutto,
c'è una parte della nostra storia.
Ci sono simboli, riferimenti ed edifici che,
quali che siano le nostre
opinioni, ci uniscono.
Dietro ogni negozio saccheggiato, c'è il lavoro di intere vite.
Dietro ogni poliziotto aggredito, dietro ogni agente pubblico minacciato,
è la Repubblica stessa a essere colpita.
E voglio dirlo con la massima solennità: la Francia non può,
non deve, non si abituerà mai a simili scene.
Oggi invito tutti i francesi alla calma, alla dignità e alla moderazione
repubblicana.
Tutti coloro che servono lo Stato, e, in queste ore, gli agenti di polizia,
i gendarmi, i
vigili del fuoco, i prefetti, devono essere certi del mio sostegno per
le loro funzioni tanto
delicate e pericolose.
Chiedo con urgenza che lo Stato dia loro i mezzi e garantisca loro quel
sostegno necessario alla loro missione.
Ciò che è in gioco oggi va oltre la sola questione dell'ordine pubblico.
Viviamo una profonda crisi di fiducia, di autorità,
che rappresenta una minaccia per la democrazia.
Questa constatazione deve allarmarci, il nostro paese è stretto in una morsa,
se non preso in ostaggio,
tra la violenza e l'impotenza.
Da un lato, le forze della distruzione che
normalizzano la violenza,
incoraggiano lo scontro, prendono di mira la polizia, le istituzioni e
i rappresentanti dello Stato sovrano come nemici da abbattere.
Questo movimento, con la sua branca politica LFI e la
branca armata, i gruppi
antifa, che si rifanno assurdamente alle
rivoluzioni sanguinose
sudamericane o, peggio, ai conflitti del Medio Oriente,
vorrebbero far
credere che la violenza sarebbe diventata un mezzo legittimo di espressione politica e
una soluzione ai problemi dei francesi.
In realtà, questi piromani sociali aggravano la
situazione.
Al contrario, infatti, con la brutale conflittualità e
l'intolleranza
abietta che intendono stupidamente propagare in tutta la società,
aggiungono un problema al problema.
Ognuno di voi lo sa, la violenza non è un'opinione.
La distruzione non è una forma di espressione e il caos non può
fungere da progetto per la Francia.
Dall'altra parte, abbiamo un potere macronista senza
fiato, esausto,
disorientato, che sembra ormai incapace di fare
altro
che commentare la propria impotenza, la propria decadenza,
direi addirittura.
Abbiamo un governo che deplora gli eventi senza riuscire a
prevenirli, controllarli o persino gestirli.
Un potere minoritario e screditato, la cui unica
preoccupazione è meno governare la Francia che aggrapparsi agli ultimi
brandelli del suo potere al tramonto.
Abbiamo un ministro dell'Interno che si limita, con un fatalismo soddisfatto
e molle, a fare meccanicamente la sera sulle
televisioni il resoconto delle
distruzioni registrate nel Paese durante la giornata.
Un presidente privo di credibilità e autorità, fantomatico
e,
fino a poco fa, muto, che in realtà ha perso ogni contatto con
la realtà e
che lascia decidere gli eventi al posto suo.
Questi eventi violenti non sono nati dal nulla.
Si verificano in un contesto deleterio che il governo stesso ha
creato, a forza di non ascoltare mai, e forse nemmeno
le preoccupazioni, le sofferenze, le lamentele dei francesi
si sono trasformate in esasperazione e a volte persino in rabbia.
Queste rabbie sono spesso legittime, tante crisi si sono susseguite senza
che alcuna
decisione fosse presa.
Ma che le cose siano chiare, molto chiare.
Ci sono milioni di francesi che sono arrabbiati, ma non spaccano nulla, non
saccheggiano nulla, non incendiano nulla. Condanno quindi fermamente
la strumentalizzazione di queste rabbie da parte di forze politiche che incoraggiano la
violenza, così come il recupero di queste rabbie
da parte di teppisti che
seminano il caos nelle città francesi.
Governare e ancor più presiedere, non significa pontificare,
ma ascoltare e comprendere per agire.
Nessun potere può dimenticare che in Repubblica, in una democrazia viva,
è
il popolo a essere sovrano e che occorre saperlo ascoltare e accettare
la sua volontà. Non c'è altra via, non c'è altra
scelta.
Questo principio viene violato ogni giorno.
Ancora di recente, il presidente del Consiglio costituzionale,
in violazione del suo
rango, della sua missione e dell'etica imposta dalla
sua funzione, ha ritenuto di poter
esprimersi da fazioso e perfino da militante macronista nel
dibattito elettorale.
È venuto a proclamare in TV, senza che nessuno gli chiedesse nulla,
che
non avrebbe lasciato decidere il popolo con un referendum.
Questo intervento fuori luogo e sconveniente contro la democrazia
era
una nuova provocazione di un potere decisamente e drammaticamente scollegato
dal popolo.
Ma con queste tragiche rivolte per il Paese,
la sua situazione e la sua immagine nel mondo, paghiamo anche
decenni di rinunce,
decenni di immigrazione anarchica di cui oggi tutti vedono le
conseguenze in ogni ambito.
Decenni durante i quali si è radicata l'idea che si potesse
attaccare,
bruciare, distruggere senza rispondere delle proprie azioni.
Che i vandali, spesso perfettamente identificati dalla
polizia, potevano
scomparire perché dietro di loro, ci sarebbe sempre qualcuno a
pagare:
il contribuente, cioè voi.
Di fronte a questa situazione, vi propongo una strada chiara,
una strada che si fonda
su tre principi.
Il primo principio che applicherò, è quello della responsabilità
con la regola del chi rompe paga. Chi viola la legge deve
rispondere delle proprie azioni, chi danneggia deve risarcire.
Chi attacca un bene pubblico, un commercio o un rappresentante dello Stato
deve sapere che la Repubblica non indietreggerà .
La giustizia deve essere rapida,
efficace e le sanzioni penali e finanziarie volutamente
dissuasive, realmente applicate.
Il popolo francese, nel cui nome viene amministrata la giustizia,
si aspetta già da domani la massima
grande fermezza nei confronti degli autori dei crimini e dei reati commessi ieri.
Il secondo principio, è il ripristino dell'ordine
repubblicano.
Non c'è libertà senza sicurezza.
Non c'è giustizia senza autorità.
E non c'è neppure Repubblica quando la paura vuole sostituire la legge
legittima, le grida perturbare il dibattito
democratico
o le minacce attentare alla libertà dei cittadini.
Il terzo principio, è il ritorno di uno Stato che ascolta,
che comprende e che
decide.
Un potere che rispetta i francesi invece di disprezzarli.
Un potere che consulta invece di soffocare.
Un potere che decide invece di sottrarsi.
La Francia è più grande di coloro che la governano.
È più forte di coloro che la dividono.
È più resiliente di coloro che vorrebbero distruggerla.
Tra sei mesi, i francesi potranno scegliere un'altra
via,
quella dell'autorità e della sicurezza ritrovata,
quella della sovranità e della democrazia rispettata.
È quella che vi propongo.
Sarà, non dubitatene, per la Francia, la via della speranza, la via della
rinascita. Viva la Repubblica
e viva la Francia.
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Original transcript (French)
Françaises, Français, mes chers compatriotes. Vous avez vu hier avec effarement sur vos écrans nos villes, nos rues, notre pays, malmenés, maltraités, mis à sac. Vous avez vu des destructions et des pillages perpétrés par une alliance entre des
groupes de casseurs politisés et des délinquants issus de la banlieue. Vous avez vu des bâtiments publics incendiés, des commerces pillés, des commissariats attaqués, le domicile d'un préfet pris pour cible. Vous avez vu les symboles les plus sacrés de notre République profanée, des mairies attaquées, la Marianne brisée, l'autorité de l'État
défiée. Vous avez vu ces images terribles d'édifices publics livrés aux flammes, le magnifique hôtel de ville de Limoges en feu et son campanile qui s'effondre. Elles réveillent dans notre mémoire nationale et notre cœur le douloureux
souvenir de l'incendie de Notre-Dame. Ces images nous font mal, elles nous blessent. Parce que derrière chaque bâtiment détruit, il y a une part de notre histoire.
Il y a des symboles, des références et des édifices qui, quelles que soient nos opinions, nous rassemblent. Derrière chaque commerce pillé, il y a le travail de vies entières. Derrière chaque policier agressé, derrière chaque agent public menacé,
c'est la République elle-même qui est atteinte. Et je veux le dire avec la plus grande solennité : la France ne peut pas, ne doit pas, ne s'habituera jamais à de telles scènes. J'appelle aujourd'hui tous les Français au calme, à la dignité et à la retenue républicaine.
Tous ceux qui servent l'État, et en ces heures, les policiers, les gendarmes, les pompiers, les préfets, doivent être assurés de mon appui dans leurs si délicates et périlleuses fonctions.
Je demande instamment que l'État leur assure les moyens et leur garantisse ce soutien nécessaire à leur mission. Ce qui se joue aujourd'hui dépasse la seule question de l'ordre public. Nous vivons une crise profonde de confiance, d'autorité, qui fait peser une menace sur la démocratie.
Le constat doit nous alerter, notre pays est pris en étau, voire en otage, entre la violence et l'impuissance. D'un côté, les forces de la destruction qui banalisent la violence,
encouragent l'affrontement, ciblent les policiers, les institutions et les représentants de l'État régalien comme des ennemis à abattre. Ce courant, avec sa branche politique LFI et sa branche armée, les groupes antifa, qui se réfèrent de manière absurde aux
révolutions sanglantes sud-américaines ou plus grave, aux conflits du Proche-Orient, voudraient faire croire que la violence serait devenue un moyen légitime d'expression politique et une solution aux problèmes des Français.
En réalité, ces pyromanes sociaux aggravent la situation. Tout au contraire, en effet, par la conflictualité brutale et l'intolérance abjecte qu'ils entendent stupidement propager dans toute la société,
ils ajoutent un problème au problème. Chacun d'entre vous le sait, la violence n'est pas une opinion. La destruction n'est pas un mode d'expression et le chaos ne peut faire office de projet pour la France. De l'autre côté, nous avons un pouvoir macroniste à bout de
souffle, épuisé, désorienté, qui semble désormais incapable de faire autre chose que de commenter sa propre impuissance, sa propre déchéance, dirais-je même.
Nous avons un gouvernement qui déplore les événements sans parvenir à les prévenir, à les contrôler ou même à les gérer. Un pouvoir minoritaire et disqualifié, dont l'unique préoccupation est moins de gouverner la France que de s'accrocher aux dernières bribes de son pouvoir finissant.
Nous avons un ministre de l'Intérieur qui se contente, avec un fatalisme satisfait et mou, de faire mécaniquement le soir sur les télés le compte des destructions enregistrées dans le pays dans la journée. Un président sans crédit ni autorité, fantomatique
et, jusqu'à tout à l'heure, muet, qui en réalité a perdu tout contact avec le réel et qui laisse les événements décider à sa place. Ces événements violents ne sont pas nés de rien.
Ils interviennent dans un contexte délétère que le gouvernement a lui-même créé, à force de ne jamais être entendu, et pas même peut-être écouté, les inquiétudes, les souffrances, les plaintes de Français se sont transformées en exaspération et même parfois en colère. Ces colères sont souvent légitimes, tant les crises se sont succédé sans
qu'aucune décision ne soit prise. Mais que les choses soient claires, très claires. Il y a des millions de Français qui sont en colère, mais qui ne cassent rien, ne pillent rien, ne brûlent rien. Je condamne ainsi fermement
l'instrumentalisation de ces colères par des forces politiques qui encouragent la violence, tout comme la récupération de ces colères par des racailles qui sèment le chaos dans les villes de France. Gouverner et plus encore présider, ce n'est pas pérorer,
mais c'est entendre et comprendre pour agir. Aucun pouvoir ne peut oublier qu'en République, dans une démocratie vivante, c'est le peuple qui est souverain et qu'il faut savoir l'écouter et accepter sa volonté. Il n'y a pas d'autre voie, il n'y a pas d'autre
choix. Ce principe est violé chaque jour. Encore récemment, le président du Conseil constitutionnel, en violation de son rang, de sa mission et de l'éthique imposée par
sa fonction, a cru pouvoir s'exprimer en partisan et même en militant macroniste dans le débat électoral. Il est venu clamer sur les plateaux, sans que personne ne lui demande rien, qu'il
ne laisserait pas le peuple décider par référendum. Cette intervention déplacée et inconvenante d'opposition à la démocratie était une nouvelle provocation d'un pouvoir décidément dramatiquement coupé du peuple.
Mais avec ces émeutes tragiques pour le pays, sa situation et son image dans le monde, nous payons aussi des décennies de renoncement, des décennies d'immigration anarchique dont chacun voit aujourd'hui les conséquences dans tous les domaines.
Des décennies pendant lesquelles s'est installée l'idée que l'on pouvait attaquer, brûler, détruire sans répondre de ses actes. Que les casseurs, souvent parfaitement identifiés par la police, pouvaient
disparaître parce que derrière eux, il se trouverait toujours quelqu'un pour payer : le contribuable, c'est-à-dire vous. Face à cette situation, je vous propose une voie claire, une voie qui repose
sur trois principes. Le premier principe que j'appliquerai, c'est celui de la responsabilité avec la règle du casseur payeur. Celui qui viole la loi doit répondre de ses actes, celui qui dégrade doit rembourser. Celui qui s'attaque au bien public, au commerce ou au représentant de l'État
doit savoir que la République ne reculera pas. La justice doit être rapide, effective et les sanctions pénales et financières volontairement dissuasives, réellement appliquées. Le peuple français, au nom duquel la justice est rendue,
attend dès demain la plus grande fermeté pour les auteurs des crimes et délits commis hier. Le deuxième principe, c'est le rétablissement de l'ordre républicain. Il n'y a pas de liberté sans sécurité.
Il n'y a pas de justice sans autorité. Et il n'y a pas non plus de République lorsque la peur veut remplacer la loi légitime, les vociférations perturber le débat démocratique ou les menaces attenter à la liberté des citoyens.
Le troisième principe, c'est le retour d'un État qui écoute, qui comprend et qui décide. Un pouvoir qui respecte les Français au lieu de les mépriser. Un pouvoir qui consulte au lieu d'étouffer.
Un pouvoir qui décide au lieu de se dérober. La France est plus grande que ceux qui la gouvernent. Elle est plus forte que ceux qui la divisent. Elle est plus résiliente que ceux qui voudraient la détruire. Dans six mois, les Français pourront choisir une autre
voie, celle de l'autorité et de la sécurité retrouvée, celle de la souveraineté et de la démocratie respectée. C'est celle que je vous propose. Ce sera, n'en doutez pas, pour la France, la voie de l'espérance, la voie de
la renaissance. Vive la République et vive la France.